La veglia di preghiera allo Stadio Olimpico “Lluís Companys” ha aperto la tappa catalana del viaggio apostolico di Papa Leone XIV con un tono diverso da quello vissuto a Madrid. Se nella capitale avevamo visto la forza pubblica della fede, il Corpus Domini nelle strade, l’Eucaristia adorata da una folla immensa, il Bernabéu colmo di una Chiesa diocesana viva e popolare, a Barcellona è emerso un volto più interiore, più ferito, più notturno. Non meno vivo. Forse persino più vero, perché meno protetto dalle grandi immagini e più esposto alla domanda essenziale: dove cercare Dio quando la vita entra nella notte?

Lo stadio era pieno. Non rappresentava soltanto la città di Barcellona, poiché all’inizio sono state presentate le diverse diocesi catalane: Barcelona, Sant Feliu de Llobregat, Terrassa, Tarragona, Girona, Lleida, Urgell con Andorra, Tortosa, Vic, Solsona, insieme a fedeli provenienti anche da altri luoghi della Spagna e del mondo. È stata dunque una veglia della Catalogna ecclesiale, non semplicemente un evento cittadino. Una Chiesa locale ampia, articolata, segnata dalla propria storia, dalla propria lingua, dalle proprie ferite e dalla propria fede, si è radunata attorno al Successore di Pietro.

L’apertura con il castello umano è stata una scelta molto significativa. I “castells” sono una tradizione catalana riconosciuta anche come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Non erano lì come ornamento folkloristico, non erano un numero da spettacolo prima della preghiera, non erano il solito antipasto culturale servito agli eventi perché qualcuno ha deciso che bisogna “valorizzare il territorio”, frase che spesso produce danni creativi. Erano un’immagine viva: una torre umana si costruisce soltanto se ciascuno sostiene l’altro. Chi sta in alto può salire perché qualcuno, sotto, porta il peso. Chi è alla base non si vede quasi, eppure regge tutto. È una parabola ecclesiale: nessuna comunità cresce senza fiducia, nessun popolo si innalza se dimentica chi lo sostiene, nessuna Chiesa può guardare in alto se non accetta di portare insieme il peso dei fratelli.

Il Cardinale di Barcellona ha dato a questo gesto una lettura ampia, richiamando la memoria dello Stadio Olimpico, i Giochi del 1992, la città aperta al mondo, la fiamma olimpica accesa allora, e ora la presenza del Papa come possibilità di una nuova fiamma spirituale. Barcellona è stata presentata come città mediterranea, città di incontro, città capace di trasformarsi. Non un semplice scenario, quindi, ma un luogo simbolico, nel quale la modernità, la memoria civile e la fede cristiana si sono incontrate sotto lo sguardo del Papa.

Subito dopo è stata portata sul palco una grande Croce da nove giovani. Questo gesto ha dato il tono autentico alla veglia. Prima delle parole, prima delle testimonianze, prima delle risposte, prima del Vangelo, è stata collocata la Croce. Ed era necessario. Perché le domande ascoltate durante la serata non erano leggere. Non si trattava di inquietudini generiche, di domande confezionate per una celebrazione giovanile, di quelle belle, innocue e pastorali quanto basta per non disturbare nessuno. Qui i giovani hanno parlato del vuoto generato dal culto del successo, della depressione, del tentativo di togliersi la vita, della violenza familiare, della fatica del perdono. Davanti a tutto questo, la Chiesa non ha offerto ottimismo motivazionale, non ha acceso luci artificiali, non ha distribuito slogan rassicuranti. Ha posto la Croce.

Le testimonianze hanno mostrato una giovinezza ferita, e proprio per questo capace di verità. Ferran, giovane della parrocchia della Sagrada Família, ha raccontato di essere cresciuto ascoltando che l’unico obiettivo della vita è produrre, avere successo e curare la propria immagine. Ha provato a vivere così e ha trovato un vuoto immenso. Poi, cercando risposte, ha ricevuto i sacramenti nella Pasqua appena trascorsa. La sua domanda al Papa è stata semplice e decisiva: come mantenere lo sguardo alzato verso ciò che conta davvero, quando la società spinge a guardare verso terra o soltanto verso se stessi?

Papa Leone XIV ha risposto parlando di una sana inquietudine. Ha riconosciuto che l’idolatria del beneficio, del rendimento, del successo, dell’essere sempre vincitori e del culto della propria immagine agisce come un anestetico, addormenta la coscienza e adatta le persone a una certa idea di società. È una parola forte, perché non accusa i giovani di essere superficiali. Accusa il sistema che li educa alla superficie. In una cultura che misura tutto in rendimento, visibilità e prestazione, la fede cristiana non è evasione spirituale: è risveglio della coscienza. È capacità di fermarsi, rientrare in sé, dare valore alle cose importanti, lasciare che il Vangelo illumini la vita e sviluppi anche un pensiero critico davanti a un sistema sociale che non mette davvero la persona al centro.

Poi è arrivata una delle testimonianze più dolorose. Carmina, insegnante di scuola secondaria, ha parlato della depressione come malattia silenziosa. Ha raccontato anni di lotta nel silenzio, fino al tentativo di togliersi la vita. Ha detto di essere lì perché Dio le ha dato una seconda opportunità, e ha chiesto dove si possa vedere Dio quando l’oscurità sembra assoluta e quando nulla, neppure se stessi, sembra valere la pena.

Qui il Papa ha mostrato una delicatezza pastorale notevole. Ha riconosciuto che la salute mentale è sempre più minacciata anche nelle società che si considerano avanzate, segno che qualcosa è profondamente sbagliato in un modello di vita che sottopone le persone a pressioni e tensioni capaci di compromettere equilibri fondamentali. Ha parlato di un malessere invisibile e diffuso che tocca soprattutto i giovani. Ha chiesto alla Chiesa di non spiritualizzare superficialmente la sofferenza, di non minimizzare, di non offrire spiegazioni facili davanti al mistero del dolore. Finalmente una parola cristiana senza zucchero pastorale aggiunto, prodotto assai diffuso e spesso indigesto.

Il Papa non ha detto che il dolore si risolve con una frase devota. Ha guardato alla Croce. Ha ricordato che anche Gesù ha attraversato l’oscurità, la solitudine estrema, il grido della sofferenza. Ha indicato che perfino il grido, perfino la protesta, possono diventare preghiera quando restano rivolti a Dio. In questa risposta c’è un punto importante: la fede non cancella magicamente la notte, la attraversa con la presenza di Cristo. Dio non è lontano dalla sofferenza, non la osserva dall’esterno, non la giudica dall’alto. In Cristo crocifisso la assume, la porta, la visita.

La terza testimonianza ha aperto la ferita del perdono. Una giovane ha raccontato una storia familiare segnata da violenza, carcere, droga, servizi sociali, centro per minori, poi l’incontro con una famiglia credente, il Battesimo, la ribellione, un ritiro che ha riacceso il rapporto con Dio e il desiderio di perdonare il padre. La domanda era tra le più difficili: come posso perdonare davvero chi mi ha fatto tanto male?

Il Papa ha risposto senza banalizzare. Ha riconosciuto che la domanda sul perdono, quando nasce da una storia segnata dalla sofferenza, è già un segno della grazia di Dio. Ha invitato a non attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla responsabilità umana. Davanti alla violenza, al male familiare, alla distruzione dell’altro, non basta chiedersi dove fosse Dio. Occorre anche interrogarsi sull’uomo, sulla società, sulle radici antropologiche e culturali della violenza, sulle dinamiche che avvelenano le relazioni, sulla cultura dell’individualismo e della sopraffazione. Questa è una risposta molto seria: il Papa non usa Dio per coprire la responsabilità dell’uomo.

Poi ha parlato del perdono come di una medicina potente, e insieme come di un cammino. Ha spiegato che il perdono richiede tempo, accompagnamento, pazienza, riconciliazione con se stessi e con la propria storia. Ha precisato che perdonare non significa necessariamente tornare alla situazione precedente, né ristabilire rapporti come se nulla fosse accaduto. Questa è una parola pastoralmente preziosa. Troppe volte il perdono è stato predicato male, quasi fosse un obbligo immediato imposto alla vittima, una specie di tassa spirituale da pagare per dimostrare di essere buona. Il Vangelo chiede il perdono, e proprio per questo lo prende sul serio. Non lo riduce a gesto psicologico istantaneo. Lo inserisce nella dinamica della misericordia, della guarigione, della verità e della pace.

Dopo queste testimonianze è stato proclamato il Vangelo di Nicodemo. Ed è stato come se tutta la veglia trovasse finalmente la sua chiave. Nicodemo va da Gesù di notte. Anche i giovani di Barcellona, in fondo, sono arrivati davanti al Papa portando le proprie notti: la notte del vuoto, la notte della depressione, la notte della violenza, la notte del perdono difficile, la notte di una società che spinge a produrre, apparire, riuscire, vincere, consumare. Gesù, nel Vangelo, non condanna Nicodemo perché arriva di notte. Lo accoglie e gli apre una via: bisogna rinascere dall’alto.

Papa Leone XIV ha ripreso proprio questa immagine. Ha detto che anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte. La notte non è soltanto oscurità. Può diventare il luogo nel quale si cerca la luce. Può diventare lo spazio in cui cadono le presunzioni, si scoprono i limiti, si impara l’umiltà, si ricomincia a domandare. Nicodemo non possiede già la verità. La cerca. E forse proprio questo lo rende vicino a tanti giovani di oggi, che spesso non rifiutano Dio per odio, ma lo cercano tra frammenti, ferite, confusione, desiderio e paura.

Nel discorso c’è stato anche un passaggio importante per Barcellona e per la Catalogna. Il Romano Pontefice ha parlato della necessità di armonizzare la diversità delle identità per cercare la verità che conduce al bene comune, affinché il Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella propria dignità di persona. Questa espressione va letta con attenzione. Non è una formula politica, è una parola ecclesiale sulla ferita politica. Il Papa non schiaccia le identità, non le nega, non le usa come bandiera. Le chiama a lasciarsi armonizzare nella verità e nel bene comune. È esattamente ciò che la Chiesa deve fare: riconoscere i popoli senza trasformare le appartenenze in muri.

Anche il dato linguistico va letto in questa luce. La veglia ha mostrato un intreccio di catalano, castigliano e latino liturgico. In un contesto così sensibile, ogni lingua rischia di diventare miccia. Il catalano riconosce la carne storica e culturale della Chiesa locale; il castigliano richiama una comunione più ampia nella Spagna e nel mondo ispanico; il latino custodisce il respiro universale della Chiesa. La via cattolica non oppone queste dimensioni. Le ordina alla comunione. Se qualcuno vuole trasformare ogni parola in una bandiera, troverà sempre materiale per infiammarsi. La realtà ecclesiale, quando è sana, non costruisce trincee con le lingue: le fa diventare strumenti di incontro.

Durante tutta la veglia, più volte, si è levato il grido: “Questa è la gioventù del Papa”. È un grido bello, carico di affetto e appartenenza. Va però compreso bene. La gioventù del Papa non è una tifoseria. Non è un pubblico che applaude un personaggio. È una gioventù che, guardando Pietro, deve lasciarsi condurre a Cristo. Il Papa non trattiene i giovani su di sé. Li porta alla Croce, al Vangelo, alla rinascita dall’alto. Se il grido resta entusiasmo, passa. Se diventa sequela, porta frutto.

Barcellona ha dunque offerto una pagina molto profonda del viaggio apostolico. Madrid aveva mostrato la fede pubblica di un popolo, la forza del Corpus Domini, la presenza cattolica nelle strade, il volto vivo di una grande diocesi metropolitana. Barcellona ha mostrato la notte dei giovani. Una notte non disperata, perché attraversata dalla Croce e illuminata dal Vangelo di Nicodemo. Una notte nella quale la Chiesa non è chiamata a offrire slogan, ma presenza; non soluzioni facili, ma accompagnamento; non giudizi rapidi, ma una parola capace di far rinascere.

Questa veglia ci consegna una domanda seria. Sappiamo ascoltare le notti dei giovani, o preferiamo parlare loro da lontano, con frasi già pronte? Sappiamo riconoscere il vuoto prodotto dal culto dell’immagine e del rendimento? Sappiamo guardare la depressione senza spiritualizzarla superficialmente? Sappiamo parlare del perdono senza schiacciare le vittime? Sappiamo custodire le identità senza farne idoli? Domande scomode, certo. Quelle comode, di solito, servono solo a confermare ciò che già pensavamo. Grande utilità, più o meno come un ombrello bucato.

Alla fine, la veglia di Barcellona può essere riletta tutta attraverso le parole del Vangelo proclamato: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna; Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. È questa la risposta cristiana alla notte. Non la condanna del mondo, non l’adattamento al mondo, non la fuga dal mondo. La salvezza del mondo in Cristo.

A Madrid la Spagna cattolica si era mostrata nelle strade, nelle piazze e davanti all’Eucaristia. A Barcellona la Chiesa ha mostrato un volto più fragile e più notturno: giovani che non chiedono slogan, ma luce; che non cercano una fede decorativa, ma una risposta capace di attraversare il dolore. Papa Leone XIV ha indicato loro la via di Nicodemo: entrare nella notte senza rimanerne prigionieri, lasciarsi raggiungere da Cristo, rinascere dall’alto.

Perché la notte, quando Cristo la attraversa, non è più soltanto notte. Diventa il grembo di una vita nuova.

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