Passata la Pentecoste, la Chiesa riprende il Tempo Ordinario. Questa parola può ingannare, quasi che “ordinario” significasse povero di mistero o semplice ritorno alla vita di prima. La Pasqua non è stata una parentesi luminosa da archiviare, l’Ascensione non è stata un saluto lontano e la Pentecoste non è stata un momento di entusiasmo spirituale destinato a spegnersi. Il Tempo Ordinario che riprende è il tempo nel quale ciò che abbiamo celebrato deve, giorno dopo giorno, diventare forma concreta della vita del discepolo di Gesù.

Per questo la Chiesa ci fa ripartire dalla Santissima Trinità. Dopo avere contemplato il Figlio nel mistero della Pasqua e dell’Ascensione, dopo avere invocato lo Spirito Santo nella Pentecoste, il cammino ricomincia dal mistero stesso di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. È una scelta sapiente. La vita cristiana non riparte dai nostri entusiasmi, che spesso durano poco, o dai nostri propositi, sempre nobili quando li formuliamo e già traballanti quando devono diventare fedeltà quotidiana. Riparte da Dio. Prima ancora di chiederci che cosa dobbiamo fare, siamo invitati a ricordare chi è il Signore nel quale crediamo.

La prima lettura ci porta sul Sinai. Mosè sale sul monte con le tavole di pietra, dopo il peccato del popolo. Israele ha conosciuto la liberazione, ha attraversato il mare, ha visto la potenza del Signore, eppure si è costruito il vitello d’oro. È una scena antica e sempre attuale. Anche noi riceviamo grazie, riconosciamo l’opera di Dio, sperimentiamo la sua fedeltà, poi basta poco per cercare sicurezze più visibili e più facilmente controllabili. L’idolo ha sempre questo vantaggio: non converte nessuno e non chiede al cuore di cambiare. E infatti l’uomo, quando vuole stare tranquillo, non cerca sempre il Dio vivo, spesso preferisce qualcosa che possa gestire.

Proprio davanti a questa infedeltà, Dio proclama il suo nome. Si fa conoscere come il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà. Dio non resta una presenza anonima o una lontananza muta. Rivela il suo volto e rinnova la possibilità dell’alleanza. Mosè ascolta, si prostra e prega: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi». È una delle invocazioni più belle da portare nella ripresa del cammino ordinario. Mosè non pretende che il popolo diventi improvvisamente perfetto. Chiede che Dio cammini in mezzo ai suoi figli proprio perché li conosce fragili e ostinati.

Da qui nasce una prima istruzione molto concreta. Prima di chiedere a Dio di cambiare le situazioni, possiamo chiedergli di camminare con noi dentro le situazioni. In famiglia, nella comunità, nel lavoro, nelle tensioni che conosciamo, possiamo cominciare la giornata con questa preghiera semplice: Signore, cammina in mezzo a noi. Quando una relazione pesa, quando una parola ricevuta brucia, quando una decisione inquieta, fermarsi un istante può cambiare il modo di reagire. Possiamo domandarci se stiamo lasciando spazio al Signore o se stiamo rispondendo solo con il nostro carattere. Il carattere difende, la grazia trasforma.

Il salmo risponde alla rivelazione di Dio con la benedizione: «A te la lode e la gloria nei secoli». Davanti al mistero, la Chiesa non comincia spiegando tutto. Comincia lodando. Anche questo è un insegnamento prezioso. Viviamo in un tempo che vuole capire per controllare. La fede, invece, con fare paziente, ci educa a un atteggiamento più profondo. Ci sono realtà che si comprendono solo entrando nell’adorazione. Una di queste, la prima, è il concetto di Trinità che non chiede di essere dominato dalla mente, ma si accoglie nella fede, si professa nella liturgia e si lascia agire nella vita.

Come fare? Recuperare un gesto semplice, il più comune, il più distintivo per noi credenti: il segno della croce. Lo facciamo spesso in fretta, quasi senza accorgercene, eppure lì è custodita tutta la nostra fede. Tracciare sul corpo il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo significa ricordare che la nostra vita è immersa in Dio. Farlo lentamente al mattino, prima di uscire, prima di una scelta o di una parola difficile, diventa memoria viva della nostra appartenenza. Il corpo stesso impara a ricordare che la nostra vita viene dal Padre, è stata riscattata dal Sangue di Cristo e viene resa nuova dallo Spirito Santo.

San Paolo, nella seconda lettura, consegna ai Corinzi una benedizione che ascoltiamo spesso nella liturgia: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi». Sono parole familiari, e proprio per questo rischiamo di lasciarle passare senza ascoltarle. In questa formula abita la vita della Chiesa.

La grazia di Cristo rialza l’uomo caduto. L’amore del Padre custodisce la nostra esistenza. Lo Spirito Santo introduce nella comunione di Dio e ci educa a vivere relazioni nuove. Paolo non costruisce un discorso astratto. Chiede ai cristiani di vivere nella pace, di farsi coraggio, di tendere alla maturità della fede. La comunione di Dio deve diventare, allora, la forma della comunità cristiana. Dire di credere nella Trinità e poi vivere rapporti segnati da freddezza, rivalità e parole che feriscono significa custodire la dottrina sulle labbra e smentirla nei gesti.

Se Dio è comunione, il cristiano deve custodire la comunione. Questa settimana possiamo vigilare in modo particolare sulle parole, perché non tutte le verità vanno dette nello stesso modo e non ogni sincerità viene dallo Spirito Santo. A volte l’espressione “io sono fatto così” nasconde solo la richiesta di non convertirsi. Una parola può correggere e può umiliare, può aprire una strada e può chiuderla. Pertanto, prima di parlare, soprattutto quando siamo irritati, possiamo chiederci se quella parola aiuterà l’altro a ritrovare il bene o servirà solo a scaricare il nostro fastidio. È un piccolo quotidiano esame, scomodo quanto basta per essere evangelico.

Il Vangelo ci conduce, allora, al cuore della rivelazione: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito». L’amore di Dio non resta un’intenzione benevola. Diventa dono reale. Arriva alla carne del Figlio, alla croce, al Sangue versato per la nostra redenzione. Gesù precisa che il Figlio non è stato mandato per condannare il mondo, bensì perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Questa parola va accolta con serietà. Dio viene per salvare, e la salvezza chiede accoglienza. La condanna di cui parla il Vangelo nasce dal rifiuto della luce, dalla chiusura dell’uomo davanti al nome del Figlio.

Credere nel Figlio significa smettere di vivere con l’ansia di doverci salvare da soli. Molte agitazioni nascono proprio da qui: vogliamo controllare tutto, difenderci da tutto, prevedere tutto. Poi ci ritroviamo stanchi, come se fosse una sorpresa. La fede ci chiede di consegnare qualcosa. Questa settimana ciascuno può scegliere un gesto concreto di fiducia: affidare nella preghiera una paura che lo consuma, cercare una riconciliazione senza attendere che l’altro faccia il primo passo, compiere un servizio senza reclamare riconoscimento. L’amore di Dio si è manifestato nel dono del Figlio; anche l’amore cristiano, per essere vero, deve prendere carne in un gesto reale.

Cari amici, la solennità della Santissima Trinità ci indica dunque come abitare il quotidiano. Dove c’è durezza, chiediamo al Padre un cuore filiale, dove c’è peccato, torniamo al Sangue di Cristo che salva e dove c’è divisione, invochiamo lo Spirito Santo perché ricostruisca la comunione. Questa è vita cristiana elementare, e proprio per questo è esigente.

Siamo stati creati per entrare nella comunione di Dio. Il Padre ci attira a sé, il Figlio ci apre la via con il suo Sangue, lo Spirito Santo rende possibile in noi questa nuova vita divina. Che questa festa non resti una formula recitata, e diventi il principio concreto del nostro cammino: lasciare che Dio cammini con noi e rendere più cristiano il piccolo mondo che ogni giorno ci viene affidato.

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