Siamo giunti all’ultima giornata di preparazione alla lettura di Magnifica Humanitas, la nuova enciclica di Papa Leone XIV. In questi giorni non abbiamo cercato di anticipare ciò che il Papa dirà. Sarebbe stato scorretto e, diciamolo pure, anche piuttosto inutile. Abbiamo invece provato a preparare lo sguardo, perché un testo del Magistero non si riceve bene quando la mente è già piena di slogan, sospetti, entusiasmi improvvisati o paure travestite da prudenza.

Il cammino che abbiamo fatto non è stato un semplice ripasso storico. Non abbiamo ricordato Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Papa Francesco per costruire una piccola galleria di documenti pontifici, come se stessimo sistemando scaffali in una biblioteca ecclesiastica. Abbiamo cercato di vedere una linea. La dottrina sociale della Chiesa nasce dalla fede nell’uomo creato a immagine di Dio, redento da Cristo e chiamato alla vita eterna. Proprio per questo la Chiesa non può restare indifferente davanti alle trasformazioni della storia, perché ogni trasformazione sociale, economica, politica o tecnica tocca sempre l’uomo concreto.

Il primo principio che questa tradizione ci consegna è la dignità della persona. Tutto comincia da qui. L’uomo non è un mezzo, non è un numero, non è un ingranaggio, non è un semplice consumatore, non è una funzione produttiva, non è un dato da organizzare. Ogni persona porta in sé una dignità che precede ogni utilità sociale, ogni profitto, ogni efficienza, ogni prestazione. Questa dignità non viene concessa dallo Stato, dal mercato, dalla tecnica o dal consenso degli altri. Viene da Dio. Per questo nessun potere può disporre dell’uomo come se fosse materiale da usare, correggere, scartare o sostituire.

Da questa dignità nasce il bene comune. Una società non è giusta solo perché funziona. Anche un carcere può funzionare benissimo, e questo dovrebbe bastare a diffidare della sola efficienza, se l’umanità ogni tanto si concedesse il lusso di pensare. Il bene comune riguarda quell’insieme di condizioni che permettono alle persone, alle famiglie e alle comunità di vivere secondo la propria dignità. Non è la somma degli interessi privati, né il progetto imposto dall’alto da chi pretende di sapere tutto per tutti. È l’ordine sociale nel quale l’uomo può crescere, lavorare, partecipare, educare, servire, cercare la verità, vivere relazioni autentiche, aprirsi a Dio.

Accanto al bene comune, la Chiesa richiama la solidarietà. Nessuno vive da solo. Nessuna famiglia, nessun popolo, nessuna nazione può pensarsi chiusa in sé stessa. La solidarietà non è un sentimento generico, una commozione passeggera o una parola buona da usare quando bisogna apparire sensibili. È responsabilità concreta verso l’altro, specialmente verso chi è più debole, povero, fragile, escluso, senza voce. La dottrina sociale ci ricorda che il destino dell’altro mi riguarda. Quando una società smette di vedere i deboli, può continuare a produrre, correre, innovare, organizzarsi. Diventa però meno umana.

Un altro principio fondamentale è la sussidiarietà. Le realtà più grandi devono sostenere le realtà più piccole, non assorbirle. Lo Stato, le istituzioni, i grandi organismi economici e politici devono aiutare la persona, la famiglia, le comunità, le associazioni, i corpi intermedi, senza sostituirsi a essi. Questo principio difende la libertà concreta. Una società sana non abbandona l’uomo solo davanti ai poteri più forti e non consegna tutta la vita a strutture impersonali, burocratiche o tecnocratiche. Aiutare non significa comandare tutto. Sostenere non significa occupare tutto. Pare una distinzione semplice, e infatti l’umanità riesce a dimenticarla con ammirevole costanza.

La dottrina sociale ci consegna poi il valore del lavoro umano. Da Leone XIII a Giovanni Paolo II, la Chiesa ha ripetuto con forza che il lavoro non è una merce qualsiasi. È legato alla persona che lavora. Attraverso il lavoro l’uomo sostiene la famiglia, partecipa alla vita sociale, esprime capacità, assume responsabilità, collabora all’opera creatrice di Dio. Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro. Ogni volta che l’economia giudica il lavoro solo in base al costo, alla resa, alla velocità o al profitto, dimentica il soggetto che lavora. E quando il soggetto scompare, la società diventa capace di chiamare progresso anche ciò che rende l’uomo più fragile.

A questi principi si unisce la destinazione universale dei beni. La proprietà privata è legittima e necessaria, perché tutela la libertà della persona e della famiglia. Essa però non è un assoluto sciolto da ogni responsabilità. I beni della terra sono destinati da Dio a tutti gli uomini. Chi possiede deve usare ciò che ha dentro un ordine morale, con attenzione alla giustizia, ai poveri, alla società, al bene comune. La ricchezza che dimentica la responsabilità diventa dominio. La proprietà che perde il riferimento alla destinazione universale dei beni diventa chiusura egoistica. Anche qui la dottrina sociale evita gli estremi: non nega la proprietà, la purifica e la ordina.

C’è poi il principio della giustizia. La Chiesa non si limita a chiedere bontà privata, come se bastasse qualche gesto gentile per sanare strutture sbagliate. La carità cristiana non elimina la giustizia, la esige. Una società deve essere ordinata in modo che il povero non sia schiacciato, il lavoratore non sia sfruttato, la famiglia non sia lasciata sola, i popoli deboli non siano dominati, il potere economico non diventi legge a sé stesso. La dottrina sociale non sostituisce la conversione personale con le strutture, e non usa la conversione personale per ignorare le strutture. Tiene insieme coscienza e società, persona e istituzioni, responsabilità individuale e ordine comune.

Anche la pace appartiene al cuore di questa tradizione. La pace non è soltanto assenza di guerra, né equilibrio provvisorio tra poteri che si temono. È frutto della giustizia, del rispetto della persona, del diritto, della verità, della solidarietà tra i popoli. Per questo la Chiesa guarda con preoccupazione ogni potere che sfugge a un ordine morale, specialmente quando tocca le armi, la sicurezza, la sorveglianza, la manipolazione delle informazioni, la possibilità di decidere sulla vita e sulla morte. Una tecnica potente senza coscienza morale non diventa neutrale. Diventa pericolosa.

In questa linea si inserisce anche l’ecologia integrale richiamata da Papa Francesco. Con Laudato si’ egli ha mostrato che la questione ecologica non è separata dalla questione sociale. Quando la terra viene ferita, i poveri sono spesso i primi a pagarne le conseguenze. Quando la tecnica viene separata dall’etica, la creazione e l’uomo diventano insieme oggetto di sfruttamento. L’ecologia integrale non è ambientalismo ideologico. È uno sguardo cattolico sull’unità della creazione, sulla dignità della persona, sulla giustizia tra i popoli e sulla responsabilità verso le generazioni future.

Con Fratelli tutti, Papa Francesco ha poi richiamato la fraternità, la pace e la necessità di un ordine internazionale capace di difendere i deboli, limitare la violenza, custodire il diritto, impedire che il potere si trasformi in dominio. Anche questo appartiene al cammino che ci conduce verso Magnifica Humanitas. L’intelligenza artificiale, infatti, non riguarda soltanto il lavoro o la comunicazione. Può entrare nella guerra, nella sicurezza, nella sorveglianza, nella medicina, nell’educazione, nell’economia, nella politica, nella gestione delle informazioni. Più cresce la potenza degli strumenti, più deve crescere la coscienza morale di chi li usa.

Ora possiamo comprendere meglio il cammino percorso. Leone XIII guardò alla questione operaia nel tempo della rivoluzione industriale. Pio XI approfondì l’ordine sociale, la sussidiarietà, la proprietà, la giustizia tra capitale e lavoro. Giovanni XXIII allargò lo sguardo allo sviluppo dei popoli, all’agricoltura, alla partecipazione, alla responsabilità internazionale, presentando la Chiesa come Madre e Maestra. Paolo VI richiamò lo sviluppo integrale, ricordando che il vero progresso riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini. Giovanni Paolo II riportò al centro il lavoro umano, la priorità del lavoro sul capitale, l’errore antropologico delle ideologie, il bisogno di una libertà fondata sulla verità. Papa Francesco ha insistito sulla casa comune, sulla fraternità, sulla pace e sulla responsabilità globale.

Dentro questa lunga tradizione, la nuova enciclica di Papa Leone XIV non appare come un intervento isolato su un tema tecnologico. Si presenta come una nuova soglia del Magistero sociale. Dopo la questione operaia, la questione dell’ordine sociale, la questione dello sviluppo, la questione del lavoro, la questione della libertà dopo le ideologie, la questione ecologica e quella della fraternità tra i popoli, oggi emerge con forza una questione antropologica nuova: che cosa accade all’uomo quando la tecnica diventa capace di imitare, orientare, prevedere, sostituire e forse perfino ridefinire molte dimensioni della sua vita?

Questa è la domanda che dobbiamo portare con noi. Non basta chiedersi che cosa l’intelligenza artificiale possa fare. Occorre chiedersi che cosa essa fa all’uomo, al lavoro, alla libertà, alla responsabilità, alla coscienza, alla verità, alla pace, alla vita dei popoli. La dottrina sociale della Chiesa ci ha insegnato a non fermarci agli strumenti. Ogni strumento deve essere giudicato a partire dalla persona. Una tecnologia può essere utilissima e, nello stesso tempo, diventare disumana se viene separata da una visione vera dell’uomo.

Per questo i principi permanenti che abbiamo ricordato non sono un ornamento dottrinale. Sono la cassetta degli attrezzi, per una volta usata senza lasciarla sul pavimento del dibattito ecclesiale. Dignità della persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà, destinazione universale dei beni, valore del lavoro, giustizia, pace, cura della casa comune, responsabilità morale: questi criteri ci aiuteranno a leggere la nuova enciclica senza ridurla a slogan.

Nel pomeriggio faremo l’ultimo passo. Dopo aver ripercorso i principi permanenti, proveremo a chiederci con quale atteggiamento cattolico accogliere domani Magnifica Humanitas. Non per anticiparne i contenuti, non per piegarla alle nostre attese, non per trasformarla subito in materiale da polemica, bensì per arrivare alla lettura con una mente ecclesiale, capace di ascoltare prima di commentare e di discernere prima di giudicare.

Oggi, dunque, raccogliamo il frutto del cammino fatto. La Chiesa ha attraversato le grandi trasformazioni della modernità portando sempre la stessa domanda: l’uomo viene custodito o viene usato? Questa domanda ci accompagnerà anche davanti all’intelligenza artificiale. La tecnica cambia. I poteri cambiano. Le forme della società cambiano. L’uomo resta creatura di Dio, redenta da Cristo e chiamata alla vita eterna. E proprio per questo nessun progresso è veramente tale se perde l’uomo lungo la strada.

Per chi desidera riprendere il senso generale di questo percorso, lascio qui i collegamenti ai post precedenti:

MAGNIFICA HUMANITAS. Prepararsi a leggere un’enciclica con mente cattolica

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – I – Che cos’è un’enciclica e come leggerla da cattolici

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – II – Che cos’è la dottrina sociale della Chiesa

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – III – Dentro la Rerum Novarum: la questione operaia e la dignità dell’uomo

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – IV – Pio XI e Giovanni XXIII: dall’ordine sociale allo sviluppo dei popoli

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – V – Paolo VI e Giovanni Paolo II: sviluppo, lavoro e libertà davanti alle nuove sfide dell’uomo

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